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I millennials sono una generazione di svogliati: ma sarà davvero così?

Dal termine “Bamboccioni”, coniato dall’allora ministro Padoa Schioppa qualche anno fa, sono stati tantissimi gli “adulti” che hanno insultato la generazione dei più giovani. Termini ne abbiamo sentiti tanti, e tanti ne sentiamo ancora, anche se non sui giornali: tante persone che parlano dei ragazzi come svogliati, come nullafacenti, come tanti zombie incollati ai cellulari per tutto il giorno.

Definizioni certo non piacevoli, che però nascondono un fenomeno più profondo ma poco analizzato da chiunque se ne esca con queste parole. Perché a giudicare si fa presto, ma capire è più complesso, e spesso è uno sforzo che non viene fatto.

La svogliatezza, o quantomeno la presunta tale, nei più giovani dipende sicuramente da una questione educativa: del resto, i genitori che hanno vissuto in un periodo di grande progresso economico, e che hanno visto le possibilità aumentare progressivamente negli anni passati insegnano a vedere il mondo come facile. O, meglio, lo hanno insegnato fin quando non è arrivata nel 2007 la crisi finanziaria, quando un po’ tutti (o quasi) sono stati colpiti da questa situazione.

Per qualcuno la crisi è stàta veramente una crisi, anche sul piano personale, mentre per tanti altri, a cui certo le possibilità non mancavano, il colpo non c’è stato e queste persone, forti del loro stipendio a cinque zeri, si sono sentite in diritto di giudicare gli altri in un mondo che non offre possibilità.

Perché il problema, essenzialmente, è questo: la mancanza di possibilità, e la caduta di lavori, di possibilità professionali, che in passato erano considerate interessanti e che oggi invece non lo sono più. La fortuna è che in compenso ne esistono di nuove. Ci sono ragazzi che con un portale come YouTube hanno trovato un lavoro semplicemente divertendosi, e ce ne sono altri che raccontano, altri ancora che disegnano, compongono musiche, creano qualcosa che oggi esiste ma che in passato non c’era.

E la novità, per chi è più grande può essere inconcepibile, in particolar modo se vista come un mezzo di sostentamento.

Perché la crisi rappresenta un periodo di transizione che tanto toglie ma qualcosa da: per la precisione ci da un mondo differente da quello precedente, ci da un mondo che per essere capito deve essere osservato nel profondo; se lo facciamo ci rendiamo conto che ciò che facevano, da giovani, i genitori, con i loro ideali e le loro convinzioni, non erano differenti dalle cose che fanno i giovani oggi, con i nuovi ideali e le nuove convinzioni: cambiano semplicemente gli ideali e le convinzioni. Se i genitori andavano ai concerti, i giovani stanno su YouTube dove possono vedere i loro idoli; se i genitori cercavano il successo come giornalisti, i giovani lo cercano come blogger, in virtù del mondo che cambia. E di esempi ce ne sarebbero a decine.

Insomma, forse il problema non sono i giovani che non fanno, ma gli adulti che pensano che i giovani non facciano: un’idea diversa di questa generazione, forse, riuscirebbe ad abbattere tanti pregiudizi. E ad aiutare i ragazzi.

Ragazzi che, spesso, sono alla ricerca della loro identità in un mondo troppo diverso da quello del passato.

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